







Copiare gli uni dagli altri
«Una cosa però non è mai cambiata: abbiamo sempre preso gli uni dagli altri. Il mio primo programma l’aveva scritto qualcun altro — io l’avevo solo …»
Da dove si copiava
- 1984La rivista in edicolail listato battuto a mano, riga per riga.
- anni NovantaLe community e gli user groupcosa si imparava stando nella stessa stanza.
- dal 2008Stack Overflowla risposta di uno sconosciuto, votata dagli altri.
- dal 2005Redditla discussione, le opinioni, i thread.
- dal 2008GitHubla biblioteca del mestiere: il codice intero, in pubblico.
- oggiClaude Codela macchina quelle cose le sa già, e invece di fartele copiare le applica.
Oggi ci spaventiamo perché il codice lo scrive un agente. Ma da dove pensiamo che abbia imparato?
RUN
«RUN.»
Nel 1984, mentre la mongolfiera rimbalzava sul televisore di casa, l'informatica vera stava altrove. Stava nelle aziende: nei System/36 di IBM, e poco dopo negli AS/400, che reggevano praticamente tutta l'Italia che fatturava, e sulle scrivanie con l'Olivetti M24 e il DOS 2.0. La digitalizzazione c'era già, con quegli schermi verdi che hanno fatto arrabbiare generazioni di impiegati. A casa, invece, eravamo all'inizio di tutto: un ragazzino, una rivista, una tastiera beige attaccata al televisore.
Se metto accanto quel pomeriggio e il mio lavoro di qualche anno fa, quello che mi colpisce è quanto poco sia cambiato il gesto. Scrivi, la macchina esegue, guardi se funziona. Per quarant'anni, incredibilmente identico.
Quella mongolfiera mi ha fatto prendere una decisione che a tredici anni non avrei saputo spiegare. Non sapevo dire cosa volessi fare da grande. Sapevo che volevo rifare quella cosa lì. Poi sono arrivate le notti a scrivere in BASIC programmi che non servivano a nessuno, il primo gioco di avventura, e una curiosità che non se n'è più andata: la voglia di imparare sempre qualcosa di nuovo.
Ma se devo essere onesto, lo scopo non è mai stato imparare. È sempre stato la sorpresa. Una macchina stupida capace di fare cose molto intelligenti.
Cosa, non se
«hanno cambiato cosa scrivevamo. Hanno lasciato intatto se scrivevamo.»
Scrivere è sempre stato il mezzo, non il risultato. Per tanti anni, però, abbiamo dovuto imparare a scrivere, perché era l'unico modo per realizzare qualcosa. E ci siamo affezionati: per uno sviluppatore la scrittura era la sfida. Le notti con gli errori di compilazione, il programma che a un certo punto si piantava senza nessun motivo apparente, i giorni passati a cercare il problema.
Aprire una graffa, chiudere la riga con il punto e virgola: ogni volta un piccolo appagamento. Ma la testa, intanto, era già avanti. Immaginava, costruiva, pensava in anticipo a quello che le dita stavano scrivendo.
È quel pensiero che fa di uno sviluppatore uno sviluppatore: il ragionamento, l'immaginazione, la visione. Il codice è sempre stato soltanto il modo per dimostrarlo.
Il commento di Fabio · aggiornato il 17 settembre 2026
La domanda che mi sento fare più spesso è sempre la stessa. Come faccio a controllare il codice che scrive l'agente? Come faccio a sapere che è scritto bene?
È una domanda giusta, ma arriva con quarant'anni di ritardo. La facciamo adesso come se sviluppare software fosse sempre stato battere sulla tastiera righe scritte da noi, dalla prima all'ultima. Non è mai stato così. Il mio primo programma l'avevo ricopiato da una rivista, e da lì in avanti ho preso da tutti: dagli user group, dai forum, da Stack Overflow, da Reddit, da GitHub. Il codice copiato e incollato da quei posti che oggi gira in produzione non si conta. Tanti dei framework che usiamo tutti sono nati così.
Gli sviluppatori sono personaggi incredibili. Vivono per essere i più bravi di tutti, e allo stesso tempo sono sempre pronti a regalare agli altri quello che hanno fatto. La condivisione è sempre stata il cuore del mestiere, e gli strumenti per condividere sono nati da soli, in modo naturale, uno dopo l'altro.